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PARTO DANNO CONDOTTA CONCOMITANTE LA CASSAZIONE CONDANNA L'AZIENDA A RISARCIRE IL 100 PER CENTO

19 Novembre 2015

PARTO DANNO CONDOTTA CONCOMITANTE LA CASSAZIONE CONDANNA L'AZIENDA A RISARCIRE IL 100 PER CENTO

20.01.2015 Cassazione Civile – (responsabilità medica: concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale)

§ – in tema di responsabilità civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia, possa apparire riconducibile alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa situazione del danneggiato, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale l’efficienza della condotta rispetto all’evento, in applicazione della regola di cui all’articolo 41 del codice penale, così da ascrivere il fatto dannoso interamente all’autore della stessa, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa incidenza delle varie concause sul piano della causalità giuridica.

Cassazione Civile – Sez. III; Sent. n. 280 del 13.01.2015

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In data 11 aprile 1989, giunta al termine della gravidanza, Y. Y. venne ricoverata, su indicazione del dott.X. X., che l’aveva seguita durante la gestazione, presso la Casa di Cura X. di Salerno. All’esito del

travaglio, risultati vani i numerosi tentativi di espulsione naturale del feto, non essendo più praticabile il taglio cesareo, il ginecologo, alle ore 19.30 del 13 aprile 1989, provvide a estrarre il bambino facendo uso del forcipe.

Il neonato, manifestando sintomi di sofferenza perinatale, venne trasferito la sera stessa della nascita all’ospedale di W, dove fu formulata diagnosi di emorragia endocranica da parto distocico.

Deducendo che il figlio, a causa dell’imperizia del sanitario, era affetto da tetraparesi spastica, microcefalia e ritardo motorio, Y. Y. e W W, in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul minore, convennero W W innanzi al Tribunale di Salerno, chiedendo il risarcimento dei danni subiti.

Resistette il convenuto.

Con sentenza del 1 0 luglio 2005 il giudice adito dichiarò il X. responsabile nella misura di un terzo dei pregiudizi

lamentati dagli attori, per l’effetto condannandolo al pagamento in loro favore della somma di euro 375.000,00, oltre interessi e spese.

Proposto gravame principale dal X. e incidentale dalla Y. e dal W, la Corte d’appello di Salerno, in data 26 febbraio 2012, in riforma della impugnata sentenza, ha condannato X. X. al pagamento, in favore di Y. Y. e di W W, nella qualità di legali rappresentanti del figlio W, della somma di euro 434.000,00, nonché in favore degli stessi in proprio, della somma di euro 83.000,00 ciascuno, oltre accessori.

Per la cassazione di detta decisione ricorre a questa Corte X. X., formulando due motivi, illustrati anche da

memoria. Resistono con controricorso Y. Y. e W W.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 Va preliminarmente dichiarata l’inammissibilità del controricorso per tardività.

E invero, a norma dell’art. 370 cod. proc. civ., la parte contro la quale il ricorso è diretto, se intende contraddire, deve

farlo mediante controricorso da notificarsi al ricorrente nel domicilio eletto entro venti giorni dalla scadenza del termine

stabilito per il deposito del ricorso. In mancanza di tale notificazione, essa non può presentare memorie, ma soltanto

partecipare alla discussione orale.

Orbene, nella fattispecie, a fronte di una notifica del ricorso intervenuta in data 29 marzo 2013, il controricorso è stato

presentato per la notifica il 19 giugno successivo, ben oltre, dunque, il limite temporale massimo stabilito dalla norma

processuale richiamata.

Ciò nondimeno il difensore ha validamente partecipato alla discussione orale, posto che, in tema di giudizio di

legittimità, la procura speciale conferita dalla parte intimata con un controricorso inammissibile resta valida come atto di

costituzione, consentendo al difensore della stessa di partecipare attivamente alla pubblica udienza (confr. Cass. civ.

28 maggio 2013, n. 13183).

2 Con il primo motivo l’impugnante denuncia violazione degli artt. 40 e 41 cod. pen., 1176, 1218, 1223, 1226 e 1227 cod.

civ., 115 e 116 cod. proc. civ., nonché mancanza, insufficienza e contraddittorietà della motivazione, ex art. 360, nn. 3 e 5, cod. proc. civ.

Oggetto delle critiche è l’affermazione del giudice di merito secondo cui la valutazione di una situazione di concorso tra

cause naturali non imputabili e cause umane imputabili può fociare, alternativamente, o in un giudizio di responsabilità

totale per l’autore della causa umana, o in un giudizio di totale assolvimento da ogni responsabilità, con esclusione,

dunque, di ogni possibilità di graduare percentualmente la responsabilità dell’autore della causa imputabile.

Tali argomentazioni – sostiene l’esponente – farebbero malgoverno della distinzione, ormai assurta a diritto vivente,

tra causalità materiale e causalità giuridica: la prima, regolata dagli artt. 40 e 41 cod. pen., volta a imputare al

responsabile l’evento lesivo; la seconda, regolata dall’art. 1223 cod. civ., volta a stabilire l’entità delle conseguenze

pregiudizievoli del fatto di cui deve rispondere l’autore.

3 Le critiche non hanno pregio.

Nel motivare il suo convincimento la Corte d’appello ha evidenziato come, sulla base degli argomentati rilievi degli

ausiliari, l’errato impiego del forcipe dovesse ritenersi fattore causale essenziale nella eziologia della patologie che

affliggevano il piccolo W, determinandone l’invalidità nella misura del 100%. Del resto – ha aggiunto – una volta allegata la responsabilità del ginecologo per il mancato espletamento del parto cesareo, malgrado la manifestatasi sofferenza fetale, sarebbe stato onere del convenuto dimostrare o che nessun rimprovero, di scarsa diligenza o imperizia, poteva essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato inesatto adempimento, questo non aveva avuto alcuna incidenza nella produzione del danno, laddove tale prova non era stata fornita dal X..

Quanto poi alla dedotta esistenza di un danno cerebrale prenatale, dello stesso, ad avviso della Corte, mancava ogni

certezza, tenuto conto che il convenuto aveva fatto riferimento in maniera affatto generica a una non meglio specificata

situazione congenita.

In ogni caso – ha concluso il decidente – anche a voler ritenere la sussistenza, nella sequela causale che aveva dato origine alla grave patologia da cui era affetto W W, di un fattore prenatale, valeva pur sempre il principio per cui la valutazione del concorso tra cause naturali non imputabili e cause umane imputabili poteva sfociare, alternativamente, o in un giudizio di responsabilità totale per l’agente, o in un giudizio di totale assolvimento da ogni responsabilità, a

seconda che il giudice ritenesse o meno, la perdurante operatività del nesso di causalità tra la predetta causa umana e

l’evento, essendo esclusa ogni possibilità di graduare percentualmente la responsabilità dell’autore del comportamento.

4 A fronte di tale corredo motivazionale, l’adesione del collegio all’affermazione secondo cui, in tema di responsabilità

civile, qualora la produzione di un evento dannoso, quale una gravissima patologia, possa apparire riconducibile, sotto il

profilo eziologico, alla concomitanza della condotta del sanitario e del fattore naturale rappresentato dalla pregressa

situazione del danneggiato, il giudice deve accertare, sul piano della causalità materiale l’efficienza della condotta rispetto all’evento, in applicazione della regola di cui all’art. 41 cod. pen., così da ascrivere il fatto dannoso interamente all’autore della stessa, per poi procedere, eventualmente anche con criteri equitativi, alla valutazione della diversa incidenza delle varie concause sul piano della causalità giuridica (confr. Cass. civ., 21 luglio 2011, n. 15991), non giova all’esponente in quanto, al postutto, il decidente ha escluso l’enucleabilità nella fattispecie di un danno cerebrale neonatale, in motivata adesione all’opinione espressa dai nominati esperti, i quali avevano precisato che l’origine delle affezioni di W W era da ascriversi al momento del travaglio.

Ciò vuol dire che la mancanza di ogni riferimento, nella sentenza impugnata, alla selezione delle conseguenze dannose

ascrivibili al sanitario secondo i criteri della causalità giuridica, non concreta né un error in iudicando né un vizio

motivazionale, posto che l’omissione, quand’anche imputabile all’insufficiente approccio del giudice di merito con i principi che governano la materia, non ha influito sulla scelta decisoria adottata, avendo il decidente tout court escluso la sussistenza di un concorso tra fattori naturali e condotta del medico.

Peraltro l’impugnante, lungi dal censurare gli esiti dell’apprezzamento del giudice di merito in punto di riconducibilità, in via esclusiva, alla condotta del sanitario, delle patologie di cui è portatore W W, ha articolato le sue doglianze dando per scontato un presupposto che tale non era, e cioè l’incidenza di fattori naturali nell’eziologia delle

stesse, il che connota le critiche in termini di aspecificità.

5 Con il secondo mezzo il ricorrente lamenta violazione degli artt. 40 e 41 cod. pen., 1218, 1223, 1226, 1228, 1292, 1294, 1314 e 1316 cod. civ., 112, 115 e 116 cod. proc. civ., nonché mancanza, insufficienza e contraddittorietà della motivazione, ex art. 360, nn. 3 e 5, cod. proc. civ. Evidenzia che gli attori non avevano convenuto in giudizio la Casa di cura X., ritenendo il X. unico ed esclusivo responsabile di quanto accaduto. Sennonché tutti i

periti nominati sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello avevano affermato la corresponsabilità della Clinica per

inadeguatezze strutturali e organizzative, rilevando che le stesse, secondo un giudizio necessariamente probabilistico,

potevano avere compromesso, sia nella fase preparatoria del parto che in quella successiva, la salute del neonato.

In tale contesto, secondo l’impugnante, erroneamente la Corte d’appello, non potendo pronunciarsi (anche) nei confronti della Casa di cura, in quanto non convenuta, aveva condannato il solo /n medico al risarcimento integrale dei danni subiti dagli istanti, in nome di un inesistente vincolo di solidarietà tra la sua obbligazione e quella della Clinica e in violazione del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

La statuizione ignorerebbe peraltro, sul piano sistematico, che l’art. 2055 cod. civ., è norma dettata in tema di responsabilità extracontrattuale e non si estende a quella contrattuale.

Secondo l’esponente, in definitiva, la parziarietà dell’obbligazione risarcitoria incombente sul medico e sulla

Clinica in conseguenza dell’inadempimento di due distinti contratti da essi rispettivamente conclusi con la Y.,

doveva imporre che il risarcimento a carico del X. venisse diminuito della percentuale di responsabilità

addebitabile alla Casa di cura.

6 Anche tali critiche non hanno fondamento.

Nel riformare la sentenza di prime cure che aveva quantificato nella misura di un terzo il livello di contribuzione della

condotta del ginecologo nella produzione dell’evento lesivo, la Corte ha escluso che le inadeguatezze strutturali e

organizzative del punto nascita potessero legittimare una graduazione di responsabilità di X. X..

Ha ricordato in proposito che, per giurisprudenza consolidata, quando un  medesimo danno è provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi, intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi e il danneggiato, tali soggetti debbono essere considerati corresponsabili in solido, non tanto sulla base dell’estensione alla responsabilità contrattuale del disposto dell’art. 2055 cod. civ., quanto perché, sia in tema di responsabilità contrattuale che di responsabilità extracontrattuale, se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, al fine di ritenere la responsabilità di tutte nell’obbligo risarcitorio, è sufficiente, in base ai principi che regolano il nesso di causalità e il concorso di più cause nella produzione dell’evento, che le azioni od omissioni di ciascuno abbiano concorso in modo efficiente a produrlo. Conseguentemente – ha concluso – la persona danneggiata in conseguenza di un fatto dannoso imputabile a più persone legate da un vincolo di solidarietà, può pretendere l’intero da una sola di esse, mentre la diversa gravità delle rispettive colpe e l’eventuale, diseguale efficienza causale delle loro condotte poteva avere rilevanza solo ai fini della ripartizione interna dell’obbligazione passiva di risarcimento dei corresponsabili.

Esaminando, nell’ambito di tale ricostruzione dogmatica, l’appello incidentale degli attori nella parte in cui era volto

a contestare la graduazione di responsabilità del X. nei limiti di un terzo, la Corte lo ha ritenuto meritevole di

accoglimento, evidenziando che le valutazioni in ordine alla pretesa inidoneità della struttura sanitaria erano state

prospettate dagli esperti nominati dal Tribunale in via meramente ipotetica ed erano pertanto prive dei necessari

requisiti di specificità, mentre i consulenti nominati nel giudizio di gravame avevano individuato quali concause della

patologia da cui era affetto W W solo l’ipossia e la cattiva utilizzazione del forcipe, escludendo il concorso di

cause successive al parto.

7 Ciò vuol dire che, ferma l’operatività della presente decisione nei confronti delle sole parti in causa, la condanna

del convenuto al pagamento dell’intero danno subito dagli attori è sorretta da due rationes decidendi, basate, l’una, sul

carattere solidale dell’obbligazione risarcitoria in tesi gravante e sul medico e sulla clinica, l’altra sulla

insussistenza, in concreto, di profili di responsabilità di quest’ultima.

Ora, il ricorrente ha del tutto ignorato i rilievi in ordine alla mancanza di presupposti per ravvisare nella pretesa

inidoneità della struttura una concausa del danno,  concentrandosi esclusivamente sulla natura parziaria della sua

obbligazione, In tale contesto le critiche non sfuggono alla sanzione dell’inammissibilità, in applicazione del principio per cui, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una di esse rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di

doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla

cassazione della decisione stessa (confr. Cass. civ. sez. un. 29 marzo 2013, n. 7931; Cass. civ. 14 febbraio 2012, n. 2108).

8 È il caso di aggiungere, per puro spirito di completezza, che la giurisprudenza di questa Corte, alla quale il collegio

intende dare continuità, pacificamente ritiene che, in via di principio, pur quando manchi un rapporto di subordinazione o di collaborazione tra clinica e sanitario, sussiste comunque un collegamento tra i due contratti stipulati, l’uno tra il medico

ed il paziente, e l’altro, tra il paziente e la Casa di cura, contratti aventi ad oggetto, il primo, prestazioni di natura

professionale medica, comportanti l’obbligo di abile e diligente espletamento dell’attività professionale (e, a volte, anche di raggiungimento di un determinato risultato) e, il secondo, prestazione di servizi accessori di natura alberghiera, di

natura infermieristica ovvero aventi ad oggetto la concessione in godimento di macchinari sanitari, di attrezzi e di strutture edilizie specificamente destinate allo svolgimento di attività terapeutiche e/o chirurgiche.

Trattasi di collegamento, per così ontologico, che dal piano fattuale assume inevitabilmente rilevanza su quello giuridico,

posto che di norma, l’individuazione della Casa di cura dove il medico eseguirà la prestazione promessa costituisce parte fondamentale del contenuto del contratto stipulato tra il paziente e il professionista, nel senso che ciascun medico opera esclusivamente presso determinate cliniche e che, a sua volta, ciascuna Casa di cura accetta solo i pazienti curati da determinati medici (confr. Cass. civ. 14 giugno 2007, n. 13953).

Ne deriva che deve ritenersi consustanziale al dovere di diligente espletamento della prestazione l’obbligo del medico di

accertarsi preventivamente che la Casa di cura dove si appresta a operare sia pienamente idonea, sotto ogni profilo, ad offrire tutto ciò che serve per il sicuro e ottimale espletamento della propria attività; così come, reciprocamente la Casa di cura è obbligata a vigilare che chi si avvale della sua organizzazione sia abilitato all’esercizio della professione medica in generale e, in particolare, al compimento della specifica prestazione di volta in volta richiesta nel caso concreto. E tanto in applicazione del principio generale di cui all’art. 1228 cod. civ., il quale comporta che il medico, come ogni debitore,

responsabile dell’operato dei terzi della cui attività si avvale, così come la struttura risponde non solo

dell’inadempimento delle obbligazioni su di essa tout court incombenti, ma anche dell’inadempimento della prestazione svolta dal sanitario, quale ausiliario necessario dell’organizzazione aziendale (confr. Cass. civ. 26 giugno 2012, n. 10616; Cass. civ. 6 giugno 2014, n. 12833; Cass. civ. 14 giugno 2007, n. 13953).

Ne consegue che correttamente il convenuto è stato condannato a rifondere tutti i danni subiti dagli attori.

9 In definitiva il ricorso deve essere integralmente rigettato.

Segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

La circostanza che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. l, comma 17,

legge 24 dicembre 2012, n. 228. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o

meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poiché

l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto

oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per

l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei

costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua

disposizione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in complessivi euro 8.000,00 (di cui euro 200,00 per esborsi), oltre accessori e spese generali, come per legge.

Ai sensi dell’art. 13, co. 1-quater d.P.R. 115/02 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della

ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma l bis dello stesso articolo 13.

Roma, 10 ottobre 2014

Il Consigliere est.