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Notizie di Malasanità

RESPONSABILITA' DELL'OCULISTA PER DANNI DA COLLIRIO: RISARCIMENTO DA 500 MILA EURO

28 Gennaio 2013

RESPONSABILITA' DELL'OCULISTA PER DANNI DA COLLIRIO: RISARCIMENTO DA 500 MILA EURO

 

Responsabilità del medico oculista per danni da collirio prescritto senza aver controllato il paziente e senza aver acquisito il suo consenso alla terapia (Cassazione civile , sez. III, sentenza 15.12.2011 n° 26993)

 

Omessa acquisizione del consenso informato e colpa professionale per aver indicato una terapia senza suggerire una visita specialistica.

Condanna di un oculista, con tanto di risarcimento dei danni, per un ammontare di quasi 500mila euro (Cassazione, sentenza numero 26993, terza sezione civile, depositata il 15 dicembre).

Semplice arrossamento agli occhi. Questo il lieve problema che affligge un giovane, che si rivolge al proprio oculista di fiducia, il quale gli prescrive un collirio, però «senza ulteriori controlli specialistici».

La situazione si aggrava, ma  l’uso del collirio viene ulteriormente prolungato, sempre a seguito di specifiche prescrizioni dell’oculista. Risultati? Disturbi visivi più gravi, ricoveri ospedalieri, glaucoma da cortisone, e, infine, un intervento chirurgico. Quest’ultima operazione, però, serve a salvare il salvabile: il giovane, difatti, si ritrova con «una menomazione visiva ad entrambi gli occhi». Inizia la battaglia giudiziaria. In primo grado le aspettative del giovane vengono frustrate: nessuna responsabilità professionale a carico dell’oculista.

La situazione viene però completamente ribaltata in Appello. La Corte di secondo grado riconosce infatti al giovane un risarcimento pari a oltre 445mila euro – per i danni «patrimoniali e morali, anche in relazione alla ridotta capacità relazionale e lavorativa» –

La colpa del medico viene ravvisata nell’aver «prescritto un uso prolungato del collirio, anche in mancanza del cosiddetto consenso informato».

L’oculista ricorre in Cassazione sostenendo che «non risulta accertato che il rapporto contrattuale» col paziente «abbia avuto una non corretta esecuzione ed abbia dato luogo ad uno specifico inadempimento da parte del medico» nonché che «manca, da parte del presunto danneggiato, l’allegazione specifica del fatto dell’inadempimento, con la precisa individuazione del fatto lesivo, fonte dei danni conseguenti», anche con riferimento al «ritenuto difetto di informazione».

Secondo la Suprema Corte, tuttavia, la ricostruzione dei fatti, così come delineata in Appello, è chiara, netta e, soprattutto, condivisa.

Con la definizione ‘ricostruzione dei fatti’ si ricomprende la patologia del paziente (ovvero «glaucoma secondario da cortisone») e il relativo legame coll’«uso protratto del collirio a base di cortisone». Di conseguenza, secondo i giudici, «si può affermare con certezza il nesso di causalità tra l’uso del farmaco in questione e l’evento lesivo».

Ancora più significativo, poi, è il richiamo alla documentazione prodotta dal giovane danneggiato, ovvero «la prescrizione della visita specialistica» effettuata dall’oculista sotto accusa. Evidente la conseguenza che se ne può trarre: il medico «accerta la gravità della situazione» (primavera 1991) ma prescrive con evidente ritardo una visita specialistica (dicembre 1991) «quando ormai la malattia era nella fase irreversibile». Per chiudere, poi, il medico non ha neanche dimostrato di «aver adempiuto all’obbligo di informazione». Ecco perché il corposo risarcimento riconosciuto in Appello viene confermato, assieme all’attestazione della responsabilità professionale dell’oculista

 

Testo integrale

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 13 ottobre – 15 dicembre 2011, n. 26993

(Presidente Filadoro – Relatore Musso)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificata in data 17.11.1993 F. R. conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Trani I.G., deducendo: che nel 1989, a seguito di un arrossamento agli occhi, si era recato presso lo studio del convenuto, suo medico curante il quale gli aveva prescritto l'uso di un collirio (il Betaptioptal) senza ulteriori controlli specialistici; che, a causa di detto collirio e del suo uso protratto nel tempo (a seguito di successive prescrizioni di detto medico), aveva iniziato ad avvertire disturbi visivi, con conseguente ricovero ospedaliero in Chieti E' poi in Siena, ove veniva sottoposto a terapie di vario genere per essere risultato affetto da un glaucoma da cortisone; che, inoltre, a seguito anche di un intervento chirurgico aveva subito una menomazione visiva ad entrambi gli occhi.

Chiedeva quindi il risarcimento di danni patrimoniali e morali anche in relazione alla ridotta capacità relazionale e lavorativa.

Costituitosi il F. che affermava, a sua volta, di essere esente dalla responsabilità per aver prescritto il detto farmaco solo per un periodo di tempo limitato, espletata. consulenza di ufficio, l'adito tribunale di Trani, con sentenza n. 1397/2003, rigettava la domanda non ritenendo sussistere alcuna responsabilità professionale a carico del F.

A seguito dell’appello di quest’ultimo, costituitosi l’I., la Corte d’Appello di Bari, con la decisione in esame depositata in data 29.4.2009, in riforma di quanto statuito in primo grado, condannava l'I. al pagamento della somma di € 445.098,00, con interessi legali dalla data della pronuncia al soddisfo (non adottando alcun provvedimento sulla domanda di garanzia proposta in primo grado confronti dell'Allsecures, in seguito Axa Assicurazioni, non essendo stata la stessa riproposta in appello). Affermava, in particolare, la Corte di merito che la patologia del F. era ascrivibile “al di là di ogni ragionevole dubbio” alla colpa professionale dell'I. che aveva prescritto un uso prolungato del collirio in questione anche in mancanza del cosiddetto consenso informato.

Ricorre per Cassazione l'I. con un unico articolato motivo, assistito da memoria; resiste con controricorso il F.

Motivi della decisione

Con l'unico motivo di ricorso, e relativi quesiti, si deduce violazione degli artt. 1218, 1223, 1227, 2043, 2697 c.c.; si afferma in proposito che "contrariamente a quanto affermato in motivazione, come emerge dalla ricostruzione dei fatti, non risulta minimamente accertato che il rapporto contrattuale tra l'I. e il suo paziente abbia avuto una non corretta esecuzione ed abbia dato luogo ad uno specifico inadempimento da parte del medico; nel caso di specie manca, da parte del presunto danneggiato l'allegazione specifica del fatto dell' inadempimento, con la precisa individuazione del fatto lesivo, fonte dei danni conseguenti, riscontrabili ex art. 1223 c.c., e ciò anche con il riferimento al ritenuto difetto di informazione".

Il ricorso è inammissibile perché, a fronte di un'ampia e logica motivazione, prospetta alla Corte circostanze di fatto e documentali non ulteriormente esaminabili nella presente sede di legittimità.

Infatti la Corte di merito ha, come detto, con adeguate argomentazioni e sulla base di un compiuto esame delle risultanze processuali, dato conto della ratio decidendi, in particolare affermando che "il F. è risultato affetto da glaucoma secondario da cortisone (circostanza pacifica, accertata dal ctu e risultante dalle cartelle cliniche in atti, oltre che dalle consulenze, tanto del F., quanto della stessa società assicuratrice in giudizio); tale patologia è stata causata (altra circostanza inoppugnabile, ammessa sia dal ctu sia dai consulenti di parte) dall’uso protratto del collirio a base di cortisone; anzi, precisando meglio l’iter eziologico, l’abuso di cortisone provoca l’ipertensione oculare, a sua volta responsabile della patologia glaucomatosa.

Sicchè si può affermare con certezza che il nesso di causalità tra l'uso del farmaco in questione e l'evento lesivo è stato accertato al di là di ogni ragionevole dubbio" e che ".... ebbene, a fronte di tali dichiarazioni, si può dire che la realtà è un’altra, posto che l’appellante ha prodotto la prescrizione della visita specialistica oculistica del dr. I. che reca la data del 4.12.1931 (la visita fu effettuata poi appena due giorni dopo). Quindi, a stare alla stessa versione dell'I., egli sin dalla primavera del 1991 accerta la gravità della situazione, ma non si perita di prescrivere immediatamente una visita specialistica, dal momento che è inconfutabilmente provato che la sua prescrizione reca la data del 4.12.1991”, per poi concludere, con riguardo al consenso informato, che “l’I., pur gravato dell’onere di provare di aver adempiuto all’obbligo di informazione, ha mancato la prova; inoltre, le risultanze processuali consentono di affermare che l’unica visita specialistica prescritta è quella del 4.12.1991, quando ormai la malattia era anella fase irreversibile”.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese della presente fase che liquida in complessivi € 3.200,00 (di cui € 200,00 per esborsi) oltre spese generali ed accessorie come per legge.