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Il danno da omessa o errata diagnosi

  • 18/03/2013» RESPONSABILITA' DA OMESSA O RITARDATA DIAGNOSI

    Responsabilità da Omessa o Ritardata Diagnosi

                Un profilo di responsabilità da non sottovalutare consiste nella condotta del medico che non compia una corretta e tempestiva diagnosi della patologia del paziente.

    Ciò si verifica quando il professionista non individua correttamente la patologia che affligge il paziente, con ciò determinando un ritardo nell’avvio della cura corretta ed opportuna.

                Le ipotesi in cui l’omessa diagnosi sono più diffuse riguardono, come immaginabile, una ritardata diagnosi di neoplasie o patologie tumorali, con conseguente riduzione delle chance di sopravvivenza, sottoposizione ad interventi più invasivi.

                Ma la giurisprudenza sia di merito che di legittimità, è andata ben oltre, offrendo una tutela assai più incisiva del paziente a cui non venga correttamente e tempestivamente diagnosticata la patologia. Ai casi di DANNO DA MORTE si affiancano quindi altri autonomi profili di responsabilità, ravvisabili non solo nel DANNO DA PERDITA DI CHANCE DI SOPRAVIVENZA, o nel DANNO DA MENOMAZIONE FISICA IN CONSEGUENZA DI UN INTERVENTO PIU’ INVASIVO evitabile con una diagnosi tempestiva, ma , addirittura, nel DANNO DA RITARDO NELLA SOTTOPOSIZIONE DEL PAZIENTE AD INTERVENTI PALLIATIVI, O COMUNQUE NEL DANNO NON PATRIMONIALE PER LO STATO DI ANSIA CAGIONATO DALLA “INCERTEZZA DIAGNOSTICA”.

                Procediamo per ordine distinguendo i vari casi

    Danno da morte per omessa diagnosi

                L’ipotesi più elementare è quella di danno da morte del paziente per omessa o ritardata diagnosi. In questo caso, affinché si configuri una responsabilità per omessa diagnosi è necessario (e sufficiente) un nesso eziologico tra la lamentata tardiva diagnosi e l’evento nefasta occorso, come pacificamente statuito dalla giurisprudenza, anche di merito, ai cui sensi

    “Sussiste la responsabilità professionale del medico curante che per non aver disposto il ricovero ospedaliere al paziente colpito da un infarto miocardio acuto, complicato da scompenso cardiaco, laddove il medico curante, nonostante sia stato contattato ripetutamente, non abbia ritenuto necessario predisporre il ricovero. L'accertamento peritale dal quale si evinca che un tempestivo ricovero ospedaliero con conseguente inquadramento diagnostico ed un altrettanto tempestivo trattamento terapeutico, pur non garantendo la sopravvivenza del paziente, certamente avrebbe ridotto il tasso di mortalità induce a ritenere che il paziente, se tempestivamente ricoverato e sottoposto a trattamenti idonei, avrebbe avuto una possibilità di sopravvivenza attestata intorno al 50%-70%. Alla luce di siffatte considerazioni deve concludersi per la sussistenza del nesso causale tra la condotta del medico, della quale deve ritenersi accertata la natura colposa, e la morte del paziente. Ne consegue il diritto degli eredi al risarcimento del danno non patrimoniale rappresentato dalla sofferenza soggettiva conseguente alla perdita del rapporto parentale. Detto danno deve certamente ritenersi sussistente in capo ai figli del deceduto in quanto facenti parte del nucleo familiare che naturalmente si forma”. (Tribunale di Trento, Civile, Sentenza 9 giugno 2011, n. 496)

    Danno da perdita di chance

                La Suprema Corte è andata oltre all’ipotesi di responsabilità per morte conseguente alla omessa diagnosi del professionista, riconoscendo la risarcibilità da perdita di chance di sopravvivenza.

    La domanda per perdita di chances è quindi ontologicamente diversa dalla domanda di risarcimento del danno da mancato raggiungimento del risultato sperato, perché in questo secondo caso l'accertamento è incentrato sul nesso causale, mentre nel primo oggetto dell'indagine è un particolare tipo di danno, e segnatamente una distinta ed autonoma ipotesi di danno emergente, incidente su di un diverso bene giuridico, quale la mera possibilita del risultato finale (della sopravvivenza del paziente)

    La Suprema Corte, in una recente pronuncia (Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 9 ottobre – 29 novembre 2012, n. 21245
    Presidente Trifone – Relatore Amendola) ha ribadito l’esistenza e la risarcibilità della chance quale posta patrimoniale autonoma, rigettando tuttavia il ricorso presentato, proprio in quanto gli attori non avevano (come invece avrebbero dovuto fare) formulato una domanda in tal senso avendo domandato esclusivamente il risarcimento del danno per la morte del loro congiunto, conseguente ad assunto errore diagnostico ed omesso intervento chirurgico. La predetta pronuncia, testualmente, recita“In merito alla responsabilità del sanitario, è venuto meno il meccanismo di ripartizione dell'onere della prova ai sensi dell'art. 2697 c.c. Esso è identico sia che il creditore agisca per l'adempimento dell'obbligazione, sia che agisca al fine di ottenere il risarcimento del danno per l'inadempimento. Così, in merito alla prova del nesso di causalità, l'inadempimento rilevante è soltanto quello che costituisce la causa ovvero la concausa efficiente del danno; ne consegue pertanto che il creditore che agisca per l'inadempimento ha l'onere di allegare un inadempimento qualificato, ovvero astrattamente idoneo alla produzione del danno. E' onere del debitore, poi, dimostrare che siffatto inadempimento non vi sia stato o che, pur essendovi stato non ha causato il danno. Orbene, nel caso di specie ha diritto a veder risarcito il danno sofferto, in occasione di un intervento di escissione di un tatuaggio dalla spalla destra, (danno consistente in un'enorme cicatrice), la paziente nei cui confronti il sanitario non abbia dato prova di aver diligentemente adempiuto la prestazione emergendo, dagli atti di causa, l'errore diagnostico dallo stesso compiuto nel garantire la perfetta riuscita dell'intervento in due sole sedute di laserchirurgia” (Tribunale di Nola, Sezione 2 Civile, Sentenza 26 luglio 2010, n. 1896).

     

    Danno da ritardo nella sottoposizione del paziente ad interventi palliativi

                In punto di omessa diagnosi di un processo morboso terminale la Suprema Corte ha statuito “L’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, che abbia determinato un ritardo nella possibilità di intervenire con un intervento cd. palliativo, cagiona al paziente un danno alla persona anche per il solo fatto di non aver consentito di alleviare le sue sofferenze, ovvero di evitare che l’esito letale si verificasse anzitempo, con conseguente perdita della chance di vivere anche alcune settimane o mesi in più. Con la stessa decisione, sempre in tema di omessa diagnosi di processo morboso terminale, è poi stato ritenuto danno risarcibile anche il fatto che il malato terminale sia stato privato della possibilità di programmare il proprio essere persona e di esplicare le sue attitudini psico-fisiche, in vista e fino all’esito finale (Cassazione, Sez. III, Sentenza n. 23846 del 18 settembre 2008).

     

    Danno da ansia per “incertezza diagnostica”

                Come anticipato, tuttavia, anche qualora l’omessa diagnosi non abbia rilevanza eziologico con l’evento nefasto ciò non esclude la responsabilità del medico  per l’ stato di ansia da “incertezza diagnostica” cagionato al paziente.
    Secondo la giurisprudenza di merito infatti “L'errore diagnostico che comporta un ritardo nell'accertamento di una grave malattia, anche nel caso in cui non abbia avuto alcuna influenza negativa sull'evoluzione, sul trattamento e sulla prognosi di questa, è comunque idoneo ad ingenerare nel paziente uno stato d'ansia (e quindi un danno non patrimoniale) da "incertezza diagnostica", situazione che, pur essendo grossolanamente assimilabile all'inabilità temporanea, può tuttavia essere risarcita, ove provata, solo facendo ricorso ai criteri equitativi.
    Tribunale di Treviso, Sezione 1 Civile, Sentenza 25 marzo 2010, n. 578

     

    CASISTICA GIURISPRUDENZIALI DI IPOTESI PARTICOLARI

    ERRONEA LETTURA DI UNA RADIOGRAFIA

    Ed ancora (in punto di erronea lettura di una radiografia)

    “In tema di responsabilità dell'ente ospedaliero o clinico in relazione ai danni riportati dal paziente, in particolare, per una diagnosi errata o, comunque, incompleta, atteso che siffatta responsabilità deve essere ricondotta nell'ambito di quella professionale medica, deve ritenersi applicabile la disciplina di cui all'art. 2236 c.c.. L'azienda ospedaliera, in particolare, non risponde dei danni derivanti da prestazioni che comportino la soluzione di problemi di particolare difficoltà (salvo i limiti necessariamente connessi al dolo ed alla colpa grave) purché offra compiuta dimostrazione circa l'esistenza, nel caso concreto, di siffatto presupposto attenuativo. Non può, in particolare, ritenersi attenuata o attenuabile la responsabilità dell'Ente in relazione all'omessa diagnosi di una frattura delle dita del piede atteso che tale patologia risulta rilevabile con la semplice lettura dell'esame radiografico, lettura che, per consolidata esperienza medica, non risulta particolarmente difficoltosa”.
    Tribunale di Monza, Sezione 1 Civile, Sentenza 12 aprile 2011, n. 1130;

     

    OMESSA ESECUZIONE DI CONTROLLI PRUDENZIALI OPPORTUNI

    In tema di colpa professionale medica, l'errore diagnostico si configura non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca a inquadrare il caso clinico o si addivenga a un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli e accertamenti prudenzialmente doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi”. Tribunale di Brescia, Penale, Sentenza 8 ottobre 2010, n. 3457



    OMESSA DIAGNOSI DI GRAVIDANZA IN CORSO

    Un profilo particolare di danno da omessa diagnosi riguarda il caso di omessa diagnosi di una gravidanza in corso, nel caso in cui ciò impedisca alla gestante di ricorrere all’aborto nel termine legislativamente previsto

    “L'errore diagnostico ha impedito alla gestante di ricorrere all'aborto terapeutico nei primi 90 giorni di gestazione, così che l'aborto è stato effettuato in seguito, a gravidanza ormai inoltrata, cagionando alla donna un danno non patrimoniale, per l'evidente maggiore difficoltà di gestire un aborto in stadio inoltrato – l'errore diagnostico era relativo alla presenza di una malformazione nel feto”.
    Tribunale di Napoli, Sezione 6, Sentenza 1° giugno 2010
     




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